“Welfare Italia”, il Rapporto su come ripartire dopo la pandemia

L’edizione 2020 del Rapporto Think Tank “Welfare, Italia”, sviluppato da Unipol Gruppo con The European House – Ambrosetti, con il sostegno di un comitato scientifico composto da Veronica De Romanis, Giuseppe Guzzetti, Walter Ricciardi e Stefano Scarpetta consegna al Governo e alle istituzioni tre proposte concrete per il welfare del futuro che riguardano sanità, politiche sociali e previdenza.

All’appuntamento annuale, che è stato trasmesso in streaming digitale, e che è un punto di riferimento per l’analisi, studio e riflessione sui temi del welfare, sono intervenuti: Elena Bonetti (ministro per le Pari Opportunità e la Famiglia), Alberto Brambilla (presidente, Itinerari Previdenziali), Carlo Cimbri (Group ceo, Unipol Gruppo), Valerio De Molli (managing Partner e ceo, The European House – Ambrosetti), Veronica De Romanis (professore di Politica Economica Europea, Stanford University, Firenze e LUISS Guido Carli, Roma, advisor scientifico del Think Tank “Welfare, Italia” ), Daniele Franco (presidente, IVASS; Direttore Generale, Banca d’Italia), Roberto Gualtieri (ministro dell’Economia e delle Finanze), Giuseppe Guzzetti (già presidente, Fondazione Cariplo; advisor scientifico del Think Tank “Welfare, Italia”), Mario Nava (Direttore generale, Structural Reform Support, Commissione Europea), Antonio Polito (editorialista e vice direttore, Corriere della Sera), Walter Ricciardi (consigliere del ministro della Salute per i rapporti con le istituzioni sanitarie internazionali per l’emergenza Covid-19; presidente del Mission Board for Cancer, Commissione Europea, advisor scientifico del Think Tank “Welfare, Italia”), Riccardo Sabatini (Chief Data Scientist, Orionis Biosciences, Boston, USA), Stefano Scarpetta (direttore, Dipartimento di Employment, Labour and Social Affairs, OECD; advisor scientifico del Think Tank “Welfare, Italia”), Marco Simoni (presidente, Fondazione Human Technopole), Pierluigi Stefanini (presidente, Unipol Gruppo), Giovanni Toti (vice presidente della Conferenza delle Regioni e delle Province Autonome; presidente, Regione Liguria).

La pandemia Covid-19 e i suoi impatti socio-economici

L’emergenza sanitaria legata alla diffusione della pandemia Covid-19 si è velocemente trasformata in una crisi socio-economica senza precedenti. L’Economic Outlook del Fondo Monetario Internazionale prevede a ottobre 2020 uno scenario baseline con un crollo del Pil mondiale per l’anno in corso del 4,4%. L’Italia non fa eccezione con una previsione per il 2020 che si attesta, nel modello elaborato da The European House – Ambrosetti, al -10,8%. Si tratterebbe del terzo anno peggiore da oltre 150 anni che riporta il valore assoluto del Pil ai livelli del 1996.
Inoltre, in questo scenario, il rapporto debito pubblico/Pil potrebbe raggiungere livelli da “economia di guerra” (158,9%) ovvero 1 solo punto percentuale in meno rispetto al picco storico registrato durante la Prima Guerra Mondiale. A fronte degli impatti sul Pil, le ricadute occupazionali sono altrettanto significative: nei primi 6 mesi del 2020 sono già stati persi oltre 800mila posti di lavoro rispetto allo stesso periodo del 2019, di cui 677mila a tempo determinato (80%), 416mila nella fascia tra 15 e 34 anni (50%). Il 44% di questi posti di lavoro persi sono al Nord, il 17% al Centro e il 39% al Sud.

A fronte degli impatti economici dell’epidemia, aumentano quindi anche i bisogni di protezione da parte dei cittadini e il ruolo del sistema di welfare diventa più centrale che mai, in quanto strumento di mitigazione degli impatti della pandemia.
A sua volta il sistema di welfare è posto sotto forte stress: nell’immediato è la sanità ad essere l’area più colpita, nel breve-medio termine è necessario invece rafforzare le politiche sociali per proteggere la continuità lavorativa e nel medio-lungo termine anche la previdenza sarà messa sotto pressione.

Si stima che il Covid-19 abbia generato, fino a settembre 2020, un incremento della spesa sanitaria di oltre 1,5 miliardi di euro per le sole strutture ospedaliere. La Cassa Integrazione Guadagni rischia di superare quota 3.500 milioni di ore, con un costo complessivo stimato pari ad oltre 25,6 miliardi di euro, mentre tra 550mila e oltre 740mila persone in più potrebbero usufruire della Naspi, con un costo per lo Stato tra 5,5 e 7 miliardi di euro all’anno. Più in generale, le politiche sociali necessiteranno nell’anno di risorse stimate per oltre 40 miliardi di euro. E sarà cruciale che parte di queste risorse possano provenire anche da quelle oggi destinate alla previdenza, che in Italia rappresenta la componente del welfare con il peso più alto d’Europa (16,3% del Pil vs. 12,3% media Eurozona).

Le proposte d’azione per l’evoluzione del sistema di welfare italiano

A partire dalla fotografia dell’attuale sistema di welfare italiano e di come gli impatti socio-economici della crisi Covid-19 ne stiano condizionando l’evoluzione futura, il think tank ha individuato tre linee di azione prioritarie per definire un sistema di “welfare di precisione”, da consegnare sul tavolo di istituzioni e decisori, una per ogni pilastro (sanità, politiche sociali e previdenza).

1. Sanità: creazione di banche dati interoperabili e nuovi servizi digitali, tra cui un progetto pilota di telemedicina coordinato a livello nazionale e scalabile in tutto il Paese
Il ricorso alla tecnologia e al digitale rappresenta una delle direttrici fondamentali tracciate dal ministero della Salute per la gestione dell’emergenza sanitaria nel lungo termine. Il primo intervento da fare è assicurare l’omogeneizzazione delle banche dati pubbliche in un’ottica di open-data e la piena interoperabilità tra banche dati pubbliche e private, così da garantire anche il dispiegamento dei benefici attivabili grazie al Fascicolo Sanitario Elettronico (Fse), che deve divenire una priorità nazionale.

L’emergenza Covid-19 ha messo in luce, tra l’altro, l’urgente necessità di un piano nazionale di telemedicina: la proposta di Welfare Italia è di avviare un progetto pilota in grado di digitalizzare interamente il consulto del medico di base e specialistico e il monitoraggio delle condizioni di salute di pazienti cronici. Le strutture sanitarie private apporterebbero tecnologia, competenze e sviluppo di soluzioni innovative.
L’attivazione di un progetto pilota su larga scala nazionale per la realizzazione di un sistema di telemedicina potrebbe richiedere un investimento stimato in circa 5 miliardi di euro e consentirebbe una riduzione delle giornate di degenza fino al 25%, con un risparmio di circa 1,5 miliardi di euro ogni anno (per un totale di 7,5 miliardi in 5 anni). Inoltre, la riduzione dei tempi di attesa e le minori necessità di spostamento, soprattutto per i territori più isolati, porterebbero un risparmio di oltre 3 miliardi di euro annui portando quindi complessivamente a circa 4,5 miliardi di euro ogni anno il risparmio abilitato da un piano di telemedicina.

2. Politiche sociali: razionalizzazione degli strumenti assistenziali e investimento in un piano di politiche attive del lavoro
Anche alla luce della scarsa efficacia delle numerose misure una tantum del sistema italiano, si propone di ottimizzare gli strumenti di politica sociale, a partire da quelli diretti alle famiglie. Se un primo passo in questa direzione è costituito dall’approvazione del disegno di legge delega “Family Act”, un’ulteriore proposta è l’adozione di uno strumento unico di inclusione sociale che riassuma la componente assistenzialistica del Reddito di cittadinanza, del Reddito di emergenza e dell’assegno unico per i figli.
Tale riorganizzazione potrebbe liberare risorse per un valore di circa 10 miliardi di euro, da dedicare all’attivazione di programmi di formazione specializzati e finalizzati all’aggiornamento delle competenze in linea con le richieste del mercato del lavoro, che potrebbero generare fino a 200mila nuovi occupati aggiuntivi.
Con un investimento iniziale di 10 miliardi di euro, ridotto a 7 miliardi e 5 miliardi nei due e cinque anni successivi, l’occupazione aggiuntiva generata da un piano di politiche attive del lavoro garantirebbe un recupero dei valori occupazionali pre-Covid entro 5 anni rispetto ad oggi (a fronte dei 9 anni previsti nello scenario tendenziale standard) ed un incremento annuo del Pil pari al +0,7%.

3. Previdenza: introduzione di una tassazione agevolata sui rendimenti accumulati nella previdenza complementare, aumento della flessibilità della previdenza complementare e lancio di “Unico” come strumento di cultura previdenziale per i più giovani
La sostenibilità futura del sistema previdenziale italiano, alla luce di bassa natalità e invecchiamento della popolazione, passa anche attraverso un ruolo maggiore delle forme di previdenza complementare: a questo scopo, si suggerisce l’introduzione di una tassazione agevolata all’11,5% sui rendimenti accumulati nella previdenza complementare, pari al valore pre-Legge di Stabilità del 2015, per sostenere un maggiore tasso di adesione a tali forme.
Sono inoltre auspicabili interventi mirati ad una maggiore flessibilità della previdenza complementare: tra questi, l’introduzione della “portabilità” da un anno all’altro dell’ammontare di deducibilità fiscale non utilizzato, la possibilità di ottenere anticipazioni straordinarie sulla prestazione al verificarsi di particolari circostanze, a prescindere dall’anzianità di iscrizione, e infine la possibilità di trasferire ai figli la posizione maturata dal titolare al proprio pensionamento, in luogo della riscossione della prestazione.
Un ulteriore intervento riguarda la proposta di creazione di Unico, “Universale Contributo”, strumento di sostegno alla creazione di posizioni previdenziali integrative dedicato a tutti i nuovi nati (circa 450mila ogni anno), per i quali venga automaticamente aperta una posizione previdenziale di III° pilastro.

Il “Welfare Italia Index” regionale

Nel Rapporto Annuale di Welfare Italia (in allegato) è stato inoltre calcolato, per la prima volta nel 2020, il Welfare Italia Index, strumento di monitoraggio dell’efficacia e della capacità di risposta del sistema di welfare nelle Regioni italiane, basato su 22 Key Performance Indicator misurabili di aspetti legati sia alla spesa in welfare sia ai risultati che questa spesa produce.

Il primo elemento che emerge con forza dal confronto regionale, è la grande differenza di punteggio tra la prima e l’ultima Regione (oltre 28 punti di differenza). Un secondo aspetto di rilievo è la forte polarizzazione tra Nord e Sud del Paese: le ultime 8 Regioni appartengono all’Italia Meridionale e Insulare e la migliore di queste – ovvero la Sardegna (14° con 64,2 punti) – dista circa 20 punti dalla prima in classifica e precede di circa 9 punti la Calabria ultima in classifica.

Fonte: Vita.it

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