Violenza ostetrica: una violenza “morbida” e quasi giustificata

Tutte le volte in cui le donne, al momento del parto, subiscono pratiche mediche senza darne il consenso o anche solo senza esserne previamente informate, subiscono violenza senza saperlo. E’ violenza, infatti, indurre il parto  con l’ossitocina,  vedersi posizionate sopra un lettino senza poter scegliere la posizione più adatta a partorire (ben sapendo che il canale del parto si apre almeno il 30% in più quando si è in piedi o accovacciate, e che le donne libere di scegliere la propria posizione non preferiscono di sicuro quella supina), doversi sottoporre a manovre dannose (come la manovra di Kristeller, l’”aiutino” che da più di 30 anni l’Organizzazione mondiale della Sanità  chiede di evitare) e a pratiche chirurgiche come l’episiotomia (che non è solo un “taglietto”, bensì una vera e propria lacerazione, tra la vagina ed il perineo, che necessita di tempi lunghi di recupero e può causare infezioni ed emorragie).

Ma è violenza anche il ricorrere continuo al taglio cesareo, un’operazione che è salvavita solo in alcuni casi e rischiosa in molti altri; impedire la presenza di un accompagnatore; vietare di tenere tra le braccia il proprio figlio appena nato o anche solo di allattarlo precocemente; il non rispetto della privacy; l’adozione di un linguaggio verbale e spesso umiliante che non tiene conto della sofferenza della partoriente e del suo stato emotivo molto fragile.

La violenza ostetrica si accompagna, dunque, all’eccessiva “medicalizzazione” di un processo che, per quanto complesso, è fisiologico e non è un evento medico: la partoriente è una donna solitamente sana, e non una paziente, e men che meno il parto e la gravidanza devono essere trattate come malattie. Lo stesso neonato si ritrova ad essere sottoposto a pratiche inutili nelle prime ore di vita, quando avrebbe solo bisogno di stare accanto alla madre, ma anche gli operatori sanitari – ostetriche in primis – spesso non sono esenti da violenza ostetrica, perché vorrebbero poter assistere in altro modo, ma non riescono a farlo a causa dei protocolli troppo rigidi, delle consuetudini scientifiche e delle gerarchie professionali.

Donne e operatori sono vittime di un sistema sanitario che va a rotoli – è la conferma che viene da Santina Procopio, nella doppia veste di ostetrica del Consultorio familiare di Catanzaro e di vicepresidente dell’associazione “Dall’ostetrica” – E’ un sistema che è stato concepito per essere rigido, che si concentra sulla patologia e non prevede piani personalizzati. Nel parto, invece, sarebbe necessario poter distinguere l’aspetto fisiologico da quello patologico, che prevede l’intervento dell’equipe medica: ma questo non avviene nella maggioranza dei casi e nella maggior parte degli ospedali, ragion per cui si resta vittima dei protocolli per non andare “in default”.

Altro che piani personalizzati: all’ospedale “Pugliese” di Catanzaro, così come in gran parte degli ospedali italiani (esistono comunque delle eccellenze che perseguono strade diverse, come a Monza, la “capitale” italiana dell’ostetricia, o al “Mangiagalli” di Milano), con un personale sottodimensionato che è costretto a coprire turni massacranti, le esigenze naturali per partorire vengono normalmente disattese per mantenere gli standard di un presidio regionale dai duemila parti l’anno che, tra mille difficoltà acuite dal commissariamento, si ritrova a contenere le emergenze più disparate.

Molte donne, per la verità, non sanno neanche di avere il diritto di chiedere un’ambientazione più “solidale” per partorire (a cominciare dal rispetto della privacy, che l’andirivieni continuo all’interno della sala parto certo non garantisce), abituate come sono a pensare che il parto “debba” sempre andare in quel modo. “Dopo il parto molte donne avvertono uno stato di malessere al quale non sanno dare una spiegazione – continua Santina Procopio, intervistata sull’argomento per il CSV Magazine – Ed è solo parlandone che comprendono di aver subìto un tradimento a livello emotivo, perché il parto ha lasciato in loro un brutto ricordo”. In effetti ciò di cui la partoriente ha più bisogno è sentirsi al sicuro, di essere messa, cioè, nelle condizioni di far prevalere il suo lato “arcaico” su quello razionale, in modo da non azionare quei meccanismi “di resistenza” che ritardano il parto naturale e portano alla fine al taglio cesareo. Il parto è un evento imprevedibile e primitivo, che ha i suoi tempi, diversi da donna a donna, e che è facilitato da una serie di condizioni che si appellano agli istinti primordiali legati alla natura: niente di più lontano dal clima, invece, che si respira nelle sale parto, in cui non è previsto un angolo così intimo che consenta alla donna di lasciarsi andare.

Ogni operatore della nascita dovrebbe adoperarsi per ricomporre un ambiente tranquillizzante per una buona esperienza di nascita, laddove non sussistono complicazioni – chiarisce la Procopio – Ma al tempo stesso mi rendo conto di non poter puntare il dito contro nessuno: il personale è ridotto al minimo ed è spesso vittima dei protocolli, è chiamato a far fronte ad emergenze in condizioni estreme, e tuttavia, seppure in fretta, riesce a garantire migliaia di parti l’anno grazie all’indubbia professionalità”. Non c’è da meravigliarsi, quindi, se sempre più donne richiedano l’assistenza di un’ostetrica a casa propria: “L’ambiente familiare è l’unico idoneo ad instaurare una “relazione d’aiuto” tra ostetrica e partoriente, ma da noi è ancora l’ospedale il posto più sicuro per fare venire alla luce un bimbo – afferma senza esitazione l’ostetrica – La soluzione migliore potrebbe essere quella di adottare il sistema olandese, con un’equipe medica mobile pronta ad intervenire qualora si richieda di partorire in casa, ma da noi non esistono ancora le condizioni per poterlo attuare. L’unica è investire sulle risorse umane, ma soprattutto dare la priorità alle esigenze delle donne, perché così si fa solo del bene alla società”.

E cosa ne pensano le neo-mamme?

In Italia una mamma su cinque, il 21% del totale, riferisce di avere subìto qualche forma di violenza ostetrica, fisica o psicologica, alla prima esperienza di maternità. È il risultato della prima indagine nazionale sul tema, “Le donne e il parto”, nata su iniziativa dell’Osservatorio sulla violenza Ostetrica Italia e condotta dalla Doxa su un campione di cinque milioni di donne italiane, tra i 18 e i 54 anni, con almeno un figlio di 0-14 anni. Il 19% delle mamme denuncia anche la mancanza di riservatezza durante la permanenza in ospedale. E dodici donne su 100 ammettono di essere state private della possibilità di avere accanto una persona di fiducia nelle ore precedenti il travaglio. E come diretta conseguenza, su 100 intervistate, sei dicono di voler rinunciare o di avere rinunciato alla seconda gravidanza perché traumatizzate dal primo parto.

Quel che è certo è che nell’abuso di medicalizzazione e nella patologizzazione dei processi naturali (spesso si rendono obbligatori ed essenziali esami che non lo sono, basti pensare al numero di ecografie effettuate in Italia, di gran lunga superiore alle reali necessità), si rinviene la perdita della capacità di decidere liberamente del proprio corpo e della propria sessualità da parte della donna.

La madre diventa, così, meno sicura di sé e delle proprie potenzialità, e sempre più dipendente dall’istituzione medica: “In quei momenti concitati, che precedono l’espulsione del bambino, ti affidi a loro, non puoi fare altro. L’unico pensiero che hai è di farlo uscire, e di farlo uscire presto”. Ginevra (è un nome di fantasia) è diventata mamma da poco, ha partorito all’ospedale Pugliese di Catanzaro ed al secondo figlio, almeno per adesso, non pensa proprio. Il ricordo della notte trascorsa nel reparto dell’ospedale, tra dolori lancinanti, fino al giorno successivo del parto, fa ancora male. Lei molte cose le sapeva, aveva anche frequentato i corsi, ma al momento del parto ha capito che non si è mai preparati fino in fondo. Ogni donna è diversa, e diversa è pure la situazione in cui si viene a trovare.

La mia gravidanza è trascorsa tranquilla fino all’ultimo mese, che è il più difficile, perché diventi insofferente e non sei più tu – racconta Ginevra – Ero in reparto su una barella (non c’era posto), quando mi si sono rotte le acque, in piena notte. Ma ancora non ero pronta per la sala parto. Mi sono ritrovata, così, sola, a far fronte al dolore che aumentava sempre di più. Questa forse è stata la parte peggiore per me: avrei voluto avere accanto mio marito in quei momenti preparatori, ma non gli è stato permesso di entrare. Non fanno entrare nessuno perché non c’è nel reparto una stanza in cui rifugiarsi prima del travaglio attivo. E tutto vorresti tranne ritrovarti sola a gestire le doglie e i pensieri”. Ginevra ha così affrontato la sua prova più importante con gli occhi chiusi, cercando di racchiudersi “a nido” sopra una sedia e di isolarsi da tutto ciò che le succedeva intorno: in compagnia solo del dolore, ha messo da parte la razionalità per fermarsi ad ascoltare i ritmi del suo corpo, ma in sala parto è arrivata diverse ore dopo e completamente stremata, tanto da aver scongiurato solo per poco il parto cesareo. “La professionalità degli operatori che mi hanno aiutata a partorire è fuori discussione, mi hanno anche “cucita” bene, ma è l’ospedale in quanto “sistema” che va assolutamente modificato – continua Ginevra – E la parte più deficitaria è proprio quella iniziale, in cui la partoriente non può contare sul sostegno del proprio marito, della propria madre o sorella, per la mancanza di spazi in cui potersi preparare al travaglio. Eppure la fase preparatoria è fondamentale dal punto di vista psicologico, e sicuramente contribuisce ad accelerare la dilatazione. Possibile sia così difficile ricavare delle stanze rispondenti a questa finalità?”. Tutto il resto – le visite continue, le dita “dentro”, e da persone diverse, per controllare la dilatazione, il taglio e via dicendo – per Ginevra, viene dopo: “Non so quanto una donna che sta per partorire possa essere lucida nel comprendere le indicazioni che le vengono rivolte o ciò che le stanno facendo, ma di sicuro ha bisogno di sentire che tutto andrà bene, fino alla fine”.

Le battaglie normative per equiparare la violenza ostetrica alla violenza di genere

Il 4 ottobre scorso a New York è stato presentato all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il Rapporto annuale che, per la prima volta, affronta il tema della violenza ostetrica come violenza di genere.

Dubravka Šimonović, che è la Relatrice Speciale sulla violenza contro le donne, le sue cause e le sue conseguenze del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, rileva nel Rapporto, infatti, che la definizione di violenza contro le donne, sancita dall’articolo 1 della Dichiarazione sull’eliminazione della violenza contro le donne delle Nazioni Unite, è applicabile a tutte le forme di maltrattamento e violenza nei servizi di salute riproduttiva e nel parto.

Il report, realizzato in collaborazione con l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), fornisce una riflessione sulle cause profonde della violenza ostetrica e sulle possibili risoluzioni che ogni Stato dovrebbe assumere per frenare il fenomeno. Il documento colloca la violenza ostetrica all’interno di un quadro più ampio di discriminazione di genere. “Leggi discriminatorie e stereotipi di genere pericolosi sul ruolo naturale delle donne nella società e nella maternità giocano un ruolo anche nel parto e contribuiscono a limitare l’autonomia e l’agire delle donne” – spiega la Šimonović nel report –  Questo tipo di violenza non è casuale, ma è frutto di una società sessista e di meccanismi che degradano la donna, come la convinzione che il parto sia un evento che richiede sofferenza da parte delle donne, e che quasi giustifica la ‘normalizzazione’ dell’abuso”.

Per la prima volta, quindi, le Nazioni Unite hanno rilasciato un documento che prende in esame il problema della violenza ostetrica: di questo, esiste anche la traduzione in lingua italiana grazie all’iniziativa dell’Osservatorio sulla Violenza Ostetrica Italia e delle associazioni La Goccia Magica e CiaoLapo, ed all’impegno di Alessandra Battisti ed Elena Skoko, fondatrici di OVOItalia che da anni raccoglie dati e testimonianze sul tema, creando reti di associazioni

a sostegno delle madri e sensibilizzando l’opinione pubblica in merito al problema.

Dal Sudamerica, in cui l’espressione “violenza ostetrica” è stata coniata, il  fenomeno ha ottenuto sempre maggiore attenzione a livello globale a seguito di numerose testimonianze di donne che riportavano maltrattamenti e violenze al momento del parto (in Italia, nel 2016, è diventata virale la campagna #bastatacere). Secondo il rapporto, dunque, questo tipo di violenza risulta “diffusa e di natura sistematica” e, pertanto, va classificato come una fattispecie a sé stante, un particolare caso di violazione dei diritti umani con radici e motivazioni specifiche.

Già la Risoluzione n.2306/2019 adottata il 3 ottobre 2019 dal Consiglio d’Europa, durante la sessione autunnale presieduta da Emmanuel Macron, qualifica la violenza ostetrica e ginecologica come violenza contro le donne nel quadro normativo della Convenzione di Istanbul. In essa si chiede agli Stati membri di affrontare il problema della violenza ostetrica e ginecologica e di assicurarsi che l’assistenza alla nascita sia fornita nel rispetto dei diritti e della dignità umana.

Il documento chiede agli Stati di assumersi la responsabilità del problema, sia mettendo in atto delle misure per combatterlo, sia predisponendo delle forme di compensazione e di risarcimento alle vittime. All’interno del documento trovano menzione le campagne di informazione e sensibilizzazione sui diritti dei pazienti e sulla prevenzione e la lotta contro il sessismo e la violenza contro le donne; i finanziamenti adeguati alle strutture sanitarie al fine di garantire condizioni di lavoro dignitose per gli operatori sanitari (considerato che le condizioni di lavoro non adeguate possono influenzare il corretto svolgimento del percorso di cura), oltre che i meccanismi di segnalazione e denuncia specifici e accessibili per le vittime di violenza ginecologica e ostetrica, all’interno e all’esterno degli ospedali, anche attraverso il tramite di difensori civici.

 

                                                                                                            Benedetta Garofalo

                                                                                                 Addetta stampa CSV Catanzaro

 

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