La pandemia in dodici tavole: a tu per tu con l’artista Luca Viapiana

E’ una vita piena, quella di Luca Viapiana. Fatta di curiosità per il mondo, di desiderio di pienezza, di voglia di bello. E non è una vita scrutata dal basso verso l’alto la sua, come la condizione in carrozzina spingerebbe a fare, ma è vista dal di dentro, in tutte le sue sfumature, che diventano su tela colori vivissimi, ombre in grigio perla, immagini sfocate o personaggi appartenenti all’immaginario collettivo ai quali viene impressa nuova forza e identità.

Luca è un artista a tutto tondo calabrese, il cui nome è legato a mostre di successo, a collettivi di pittura della sua città natale, Catanzaro, ma al tempo stesso all’Expo di Milano del 2015 (ha rappresentato la Calabria con l’esposizione di “Emmaus”, che tanto è piaciuta a Vittorio Sgarbi) ed a sceneggiature, psicodrammi e video di chiara impronta sociale. Non sa bene quando è diventato pittore e sceneggiatore, e non sa neppure se può definirsi tale adesso, dopo i tanti e unanimi riconoscimenti avuti: di certo sa che al momento dell’incidente intervallava la sua passione per il disegno con gli studi di legge, che aveva deciso di intraprendere all’Università di Firenze.  Una scelta, quella di Giurisprudenza, motivata dall’esigenza di mitigare l’esuberanza di quegli anni e di imprimere un metodo alla propria creatività: “Non ho mai pensato di iscrivermi all’Accademia,  non mi sono mai ispirato a nessuno ed ho sempre temuto le citazioni e gli accostamenti ad altri artisti – dichiara Viapiana – Disegno perché mi diverto, e perché mi piace improvvisare e sperimentare, tanto da essere completamente assorbito dal lavoro che ho già in mente di realizzare, ed al quale dedico una parte di approfondimento anche dal punto di vista filologico, prima di metterlo su tela”.

L’impiego degli scontrini fiscali come “memoria statistica”, suddivisi in base ad un criterio logico che è tutto suo, contraddistingue da anni l’arte di Viapiana: alcuni di questi sono ben visibili sotto la coltre del soggetto raffigurato, altri invece ben coperti dall’utilizzo, come tecniche di restauro e conservazione, della chiara d’uovo e della cera paraffina. Nella raccolta degli scontrini, provenienti da ogni parte d’Italia e del mondo, Luca ha coinvolto tutti gli amici: molti di questi andava personalmente a trovarli, da Firenze, quando era ancora un “centauro” che sfidava il vento,  ai tempi dell’Università: ora invece molti di loro lo raggiungono a Catanzaro, con o senza scontrini, per dimostrargli continuamente quell’affetto che non è venuto meno dopo l’incidente. Anche se, nell’immediato, non è stato facile per nessuno, familiari e amici compresi: “Con gli anni ho imparato a ragionare su quanto mi è successo, ma non ad accettarlo– ammette il giovane artista – Credo sia pericoloso ed innaturale accettare una condizione che ti devasta a livello fisico e psicologico, e che ti porta a modificare per forza di cose i tuoi parametri, la gestione del tuo tempo e la natura dei tuoi rapporti. Ma in fondo, anche se continuo a provare rabbia, mi ritengo una persona fortunata, perché non mi è stata tolta l’abilità di dare forma alle mie idee”.

E’ bastato un attimo perché la vita di Luca Viapiana venisse stravolta, durante le vacanze natalizie, nel 2002, a soli ventiquattro anni. Al rientro da un’uscita serale con gli amici, Luca si era appisolato sul sedile posteriore, e non ha avuto modo di rendersi conto dell’impatto che aveva coinvolto l’auto in cui stava, e che si è riversato con violenza sulla sua vertebra cervicale determinandone l’irreparabile rottura. Gli amici seduti davanti ne sono usciti illesi, lui invece si è ritrovato all’inizio di un calvario durato due anni, in cui ha rischiato più volte di non farcela. Sin da subito, infatti, nel corso della prima operazione, un tragico errore medico ha determinato la migrazione di una vite che ha poi tranciato l’esofago: è stato così trasportato da Catanzaro ad Imola per subire altre operazioni, poi a Bologna, e infine a Firenze, presso l’unità spinale che rimane il suo punto di riferimento nel processo di recupero delle abilità residue. C’è stata poi la fase della falsa speranza che è stata forse la più deleteria, proprio perché alimentata dagli stessi medici che solevano dirgli “di avere pazienza, perché ci voleva tempo”. “Avrei voluto sapere la verità fin da subito, per quanto fosse tremenda, e non vivere di speranza come ho fatto per un certo periodo di tempo – continua Luca – E’ improbabile che una persona che ha subìto una compressione midollare cervicale verso il basso come me possa tornare a camminare. Così è stato, e se non avessi avuto un fisico forte e allenato a quel tempo, difficilmente avrei superato tutte quelle operazioni”. In quei terribili due anni Luca ha dovuto ricostruirsi “mentalmente”, e pensare che la vita non era finita lì, su quella strada, in una notte d’inverno. Anche le sue relazioni sociali ne sono uscite stravolte: molte si sono rafforzate, altre si sono dissolte, non sapendo più dove trovare il punto di congiunzione con un amico divenuto in un batter di ciglia tetraplegico.

Ricominciare attraverso l’arte

Ma gli restava la sensibilità alle nocche della mano destra, e da lì la possibilità di ricominciare, con indosso un guanto di sua invenzione a rendergli più agevole la pressione sul fondo della tela. La forza un po’ ovattata della mano si è così prestata a dare seguito alle sue intuizioni e al suo stile, sempre diverso e mai classificabile, che “si nutre” dell’idea molto umana di attesa e di atmosfere sospese e remote. Il suo studio, situato in una zona dalla quale si gode di una vista mozzafiato sulla città, è l’immagine riflessa della continua ricerca che caratterizza le sue giornate di artista: ed è così che, accanto ai manifesti da cui ricavare geniali anagrammi, ed alle sue interpretazioni personali di soggetti, patrimonio del “sentire” collettivo (quali uno splendido “Pinocchio” in chiaroscuro), capita di imbattersi nelle coloratissime tavole del “Mercante in fiera” – il classico gioco di carte “Dal Negro” – rivisitate in chiave “catanzarese” prima, e “calabrese” poi. Una dichiarazione d’amore alla città ed alla sua Calabria, ai luoghi simbolo, alla natura generosa, ai sapori forti e inconfondibili, alle suggestioni popolari ed alle persone che hanno saputo rappresentarla con il talento (come Gianni Versace, Rino Gaetano e Loredana Bertè), l’indiscutibile arte (Mattia Preti e Mimmo Rotella fra tutti) e l’afflato religioso, come la mistica Natuzza di Paravati (“Dopo l’incidente me l’hanno fatta incontrare, ed ho capito che mi stava davanti una persona autentica, che sapeva tante cose di me.. Al di là della fede, Natuzza fa parte dell’identità culturale calabrese, e non potevo non raffigurarla”, ha dichiarato l’intervistato). Ma nel Mercante in Fiera calabrese c’è spazio anche per “Il non finito” delle case che contraddistingue emblematicamente alcuni paesini dell’entroterra (e che bene si accosta al senso indefinito della sua arte), o per “Il pacco”, a rappresentare in maniera commovente la continua migrazione di giovani studenti e lavoratori calabresi verso il Nord, in attesa del cartone di mamma e papà, riempito di cibarie, odori e intingoli del Sud, che sanno tanto di casa e di famiglia. “Mi piace lavorare “in serie”, e utilizzare un approccio analitico dei contenuti e sottotesti che accompagnano le opere– spiega Viapiana – La scelta dei soggetti viene quasi da sé, poi i bozzetti in china diventano tavole grafiche con un’alta definizione cromatica attraverso il computer. La versione catanzarese, che ha avuto un grande successo, è divenuta un cofanetto da regalare per le partite a carte casalinghe, mentre quella calabrese, che ho avuto giusto il tempo di presentare nella mia città lo scorso Natale, sarà oggetto, appena possibile, con la “Zatita Production”, di mostre itineranti in Calabria, ed anche, mi auguro, presso le comunità calabresi all’estero”.

La pandemia

Luca confessa di non avere vissuto con paura questo periodo di quarantena forzata. La sua drammatica esperienza “in solitaria” porta ferite indelebili, che non potranno mai essere rimarginate: la pandemia, che invece ha riguardato tutti indistintamente, è destinata ad una fine. Ma dal racconto delle persone a lui care, che hanno mal sopportato la chiusura totale in varie parti d’Italia, è nata una nuova produzione artistica in serie: dodici tavole, lavorate prima in china e poi in digitale, in cui l’artista ha dato sfogo all’ansia collettiva di questi mesi pur non provandola direttamente, ma “da spettatore” animato da empatia e rispetto per ciò che provano gli altri. Quello descritto è un futuro narrabile carico di umanità, nel quale il simbolo “a corona” del virus si cala perfettamente nella parte di elemento di disturbo che è all’origine della distanza, dell’attesa, della fuga dal contagio, dell’isolamento della “zona rossa” e della prima linea che ha contraddistinto l’operato dei sanitari. Protagonisti sono gli uomini, fragili, nudi e impotenti dinanzi ad un pericolo che sovrasta il loro immaginario e la loro stessa corporeità per rendersi presente seppure invisibile. E le arcane creature delle dodici tavole quasi si dissolvono – complice la scelta del “non colore” nel tratteggiarle – inchiodate come sono in un momento storico che si carica via via di urgenza, in attesa di far pace con l’equilibrio naturale, scompensato dall’imprevedibilità del virus a forma di corona.

Non so quando, spero presto, esporrò le Opere sulla Pandemia, che per ora sono state presentate solo sulla mia pagina Facebook – dichiara l’artista – Mi sembrava giusto lasciare un ricordo di questa fase storica per poterla condividere, sperando che davvero possa presto dissolversi come neve al sole. Per il resto non faccio programmi, mi interessa solo dare sfogo al mio desiderio di pienezza ed alla mia curiosità del mondo attraverso l’arte, che per me è un tramite per raccontare ciò che vivo, ciò che sono”. Essere sempre credibile, che per Luca Viapiana equivale alla piena corrispondenza tra quello che si è e si fa, è l’aspirazione più grande per il giovane artista, che di sé dice di non avere grandi conoscenza tecniche, ma di aver trovato solo il modo più facile per fare arte attraverso la sperimentazione. E comunque la faccia, la sua arte è bellissima.

(Parte dell’intervista è stata pubblicata nell’edizione del 16 giugno di “Buone Notizie” del Corriere della Sera)

 

Benedetta Garofalo

Ufficio Stampa CSV Catanzaro

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