Infezioni sessualmente trasmissibili: il fatto che non se ne parli non vuol dire che non esistano più

Nel “mare magnum” delle informazioni di cui ognuno può disporre c’è un argomento che sembra non interessare più nessuno, forse perché ritenuto falsamente superato. C’è chi pensa, infatti, che le infezioni sessualmente trasmissibili rappresentino un retaggio del passato, e che se ne torni a parlare per incutere timore nelle giovani generazioni, sempre più libere e disinibite in materia di sesso. Eppure i dati in possesso dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, relativi al 2018, parlano in termini di “recrudescenza” delle malattie a carattere sessuale: sono oltre tre milioni le infezioni sessualmente trasmissibili (IST), ogni giorno, nel mondo, 357 milioni i casi registrati di origine batterica, e più del doppio, 745 milioni, quelli virali.

Il virus più temibile, l’Hiv, non è mai scomparso, ma alla ribalta tornano anche infezioni come la clamidia (131 milioni), la gonorrea (78), la sifilide (6,5) e la tricomoniasi (143), senza trascurare i 410 milioni di persone che hanno contratto un’infezione genitale da virus dell’herpes simplex (HSV) e i 290 milioni di donne con un’infezione da papillomavirus umano (HPV). 988 mila donne incinte, in particolare, hanno contratto la sifilide, e in molti casi, in mancanza di un trattamento precoce ed efficace, l’hanno anche trasmessa al nascituro. E’ una strage di innocenti silenziosa e “prevenibile”, preceduta solo dalla malaria a livello globale, che nel 2016 ha causato oltre 200mila morti neonatali.

L’Italia non è esente dall’aumento esponenziale delle malattie sessualmente trasmissibili, soprattutto con riferimento alla sifilide ed ai condilomi acuminati; all’origine c’è la maggior frequenza di rapporti e partner occasionali (fino ad arrivare all’assunzione di droghe per potenziare l’attività sessuale, e all’utilizzo di “app” per incontri sessuali di gruppo), ma soprattutto la diversa percezione del rischio tra i più giovani, praticamente pari a zero. I giovani, infatti, si affacciano alla sessualità in modo promiscuo e disinformato, e non sono consapevoli del rischio di malattie a trasmissione sessuale a cui sono esposti. La mancanza di campagne di comunicazione e di prevenzione è forse alla base della riemersione di malattie come la sifilide, che sembrava scomparsa e che invece è cresciuta di oltre il 400% dal 2000 ad oggi.

La campagna di sensibilizzazione dell’Avis provinciale di Catanzaro

Per il nostro approfondimento ci siamo ispirati alle campagne informative dell’Avis provinciale, che, oltre a sostenere la donazione del sangue, favoriscono la promozione della salute attraverso stili di vita corretti. L’ultima, in ordine di tempo, portata avanti dall’Avis provinciale di Catanzaro, ha preso spunto dalla Giornata mondiale contro l’Aids dell’1 dicembre.

Una campagna rivolta soprattutto ai giovani, ai quali è stato distribuito, nel corso di incontri di approfondimento all’Università “Magna Graecia” di Catanzaro ed al centro commerciale “Due Mari” di Maida,  il simbolico “gadget” dei rapporti protetti: “Nell’attività di sensibilizzazione alla donazione di sangue e plasma ci affidiamo molto ai social ed agli spot in genere per comunicare con i giovani – dichiara il volitivo presidente Franco Pietro Parrottino E’ importante che essi sappiano che mantenersi sani è la prima regola per poter donare, e che qualunque eventuale infezione a carattere sessuale viene svelata dalle analisi di verifica previste se si è in grado di poterlo fare”. La prevenzione, dunque, è un segno distintivo dell’impegno dell’Avis: “La campagna informativa ha avuto i suoi riscontri, ma non basta a prevenire i comportamenti che vengono spesso condotti con superficialità – è il commento di Francesco Broso, responsabile della comunicazione dell’Avis provinciale – E’ una questione culturale che molto ha a che fare con l’educazione impartita in famiglia. Se si continua a ritenere il sesso un argomento “tabù” assieme ai rischi ad esso connessi, il danno è ormai fatto. Il coinvolgimento dei ragazzi in una materia così delicata, a mio avviso, non può prescindere da quello dei genitori”.  

 L’opinione del medico specializzato in malattie infettive

Ad accompagnarci al reparto di malattie infettive dell’Ospedale Pugliese di Catanzaro, diretto dal primario Lucio Cosco, è Rosario Raffa, responsabile della struttura vaccinazioni del Dipartimento di Prevenzione ASP di Catanzaro, che ha elaborato un protocollo con l’azienda Ospedaliera Pugliese Ciaccio per estendere le procedure vaccinali al personale sanitario ed alle persone rese fragili da un’infezione sessualmente trasmissibile. Molte di queste malattie, infatti, sono ora “vaccinabili”: basti solo pensare all’epatite A, B e al virus HPV, che è all’origine della comparsa dei tumori agli apparati genitali e riproduttivi, oltre che la prima causa di infertilità.

Anche Raffa è convinto dell’importanza della prevenzione all’interno delle scuole, con la partecipazione di esperti e associazioni competenti in materia socio-sanitaria, e, naturalmente, dei genitori. A dargli man forte in materia di prevenzione Paolo Scerbo, medico responsabile dell’unità operativa dell’HIV nel reparto di malattie infettive, che ha risposto alle nostre domande riportando l’attenzione sul più temibile dei virus sessualmente trasmissibili, l’HIV appunto: “Oggi c’è maggiore libertà sessuale, ma meno informazione. Ricordiamo tutti le campagne di prevenzione degli anni ottanta che fecero tanto scalpore, ma che servirono a far riflettere sull’adozione di determinati comportamenti a rischio, come ad esempio lo scambio delle siringhe per l’assunzione endovenosa dell’eroina. Ora non ci ammala più di Aids a causa di una siringa infetta, ma il consumo di droghe e l’annessa possibilità di contrarre malattie sessualmente non sono diminuiti, anzi”. L’approccio alle droghe, ora, è diverso: lo si fa sniffando cocaina, ma anche colla e vernici, o assumendo cocktail micidiali di roba sintetica, spesso in gruppo. Così come in gruppo si sceglie di fare sesso multiplo, quasi come se si trattasse di una sorta di attività di consumo: “Assistiamo a sempre più casi di prostituzione e di incontri omosessuali, all’origine della recrudescenza di temibili malattie, quali l’epatite A – continua Scerbo – Addirittura l’Italia si presenta come lo Stato europeo con il più evidente eccesso di casi. I rapporti sessuali oro-anali sono, infatti, una via di trasmissione dell’infezione”.

Non c’è più identità sessuale e tutto sembra consumarsi “al momento”, senza la minima percezione del rischio, arrivando addirittura al punto di non sapere da chi si è contratta l’infezione. E quando arriva la diagnosi, ci si sente “bloccare” la vita in maniera ineluttabile: “Le infezioni sessualmente trasmissibili, ed in special modo l’HIV, sono infamanti, perché hanno forti ripercussioni a livello sociale – chiarisce ancora Paolo Scerbo – In reparto si consumano scene di disperazione, soprattutto tra i più giovani, che pensano che la loro vita sia giunta al termine. In realtà non è così, da malattie come la sifilide si guarisce tranquillamente se si interviene in maniera precoce, ed anche l’HIV può essere tenuto a bada con una terapia a vita. Ma la tentazione è quella di essere curati fuori, in un’altra città, dove nessuno possa mai venire a conoscenza del proprio stato di salute. Ed al tempo stesso quelli di Cosenza o Reggio Calabria vengono a farsi curare qui”. L’anonimato, del resto, è sempre garantito in reparto, ed il medico è tenuto a rispettare la volontà del paziente, anche a non far conoscere la sieropositività all’altrui partner: “La legge, in un certo senso, è complice, perché prevede che il proprio compagno possa “non sapere” – prosegue il dottore – E spesso noi medici ci ritroviamo a sostenere a livello psicologico carichi emotivi pesanti, senza poterci rivolgere alle famiglie, se è questa la precisa volontà del paziente. Ma l’aspetto più difficile è convincerlo che non morirà, se segue con costanza le terapie. Oggi, infatti, l’aspettativa di vita, anche per una persona che ha sviluppato l’Aids, è sovrapponibile a quella di una persona sana”.

Di HIV, insomma, non si muore, purché vengano rispettati i cicli di cura: molto dipende, infatti, dalla volontà del paziente, che deve potersi fidare del medico che lo accompagnerà per sempre nel suo percorso terapeutico. L’importante, però, è che rimanga integro il concetto di rischio, a partire dall’attività di prevenzione, perché non esistono categorie di persone a rischio, ma solo comportamenti più a rischio di altri.

“Undetectable = Untrasmittable” (Non rilevabile = Non trasmissibile)

 C’è anche un altro motivo per chi ha contratto l’HIV per accedere tempestivamente ai trattamenti. E’ su base scientifica, infatti, la campagna internazionale che spinge a seguire in maniera efficace e senza interruzioni la terapia antiretrovirale per rendere praticamente nulla la trasmissione del virus ad altre persone per via sessuale, nemmeno in caso di mancato uso del profilattico.

La non trasmissibilità accertata del virus con l’osservanza assidua del piano terapeutico, oltre che combattere lo stigma nei confronti delle persone con HIV, apre quindi a nuovi scenari di vita dapprima impensabili, come la possibilità di avere figli sani in modo naturale.

Le terapie antiretrovirali, è bene ricordarlo, contengono il virus dell’HIV a livelli non rilevabili, ma non lo sopprimono in maniera definitiva. Per mantenere la non rilevabilità è necessario assumere correttamente le terapie, non saltare i controlli, e proteggersi dalle altre infezioni sessualmente trasmissibili, che possono essere evitate solo con le giuste precauzioni o con i vaccini preventivi.

 

Benedetta Garofalo

Ufficio stampa CSV Catanzaro

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