Il fenomeno del randagismo: a chi interessa risolverlo?

La 281/91 è un’ottima legge. Favorisce la corretta convivenza tra uomo e animale e tutela la salute pubblica e l’ambiente. Peccato che dopo ventott’anni rimanga ancora disattesa in Calabria. Eppure la legge regionale 41/90, che istituiva l’anagrafe canina, la prevenzione del randagismo e la protezione degli animali, era di un anno prima: l’ennesima occasione persa della regione, che da prima della classe (quale poteva essere) si è vista retrocedere agli ultimi posti per la detenzione di canili “lager” che nella gestione vedono la compartecipazione – attestata da recenti inchieste giudiziarie – di consorterie private in odor di mafia.

Il punto di vista delle associazioni

Aldina Stinchi, “pioniera” dell’associazionismo animalista nella provincia catanzarese, di denunce ne ha fatte tante, sin da quando, nel 1995, aveva elaborato il progetto di “Oasi Canina” che dava seguito alla delibera di giunta regionale per l’affidamento delle strutture di Catanzaro e Cosenza al Wwf. Dell’Oasi Canina è rimasta solo la denominazione del canile municipale ricadente nel comune di San Floro, che non rispecchia nulla del progetto iniziale. E nel frattempo la Stinchi ha fondato “Bios – Il Villaggio dei Randagi” nella vicina Caraffa: “Diamo ospitalità a circa centocinquanta cani nei tre ettari di terreno di cui disponiamo – chiarisce – Il Villaggio, così come è stato concepito, rispetta appieno l’etologia dei cani. I cani hanno tutto lo spazio di cui abbisognano in mezzo al verde ed alle colline, con “vicini di cuccia” scelti in base alla loro personalità. Un ambiente armonico e sereno qual è il Villaggio di Bios è tale da assicurare ai nostri amici a quattro zampe le condizioni per vivere in completa autonomia, senza ravvisare stress alcuno”.  E non è un caso che il “Villaggio” di Bios sia annoverato tra le esperienze esemplari in campo nazionale da esperti educatori, giunti a Catanzaro da ogni parte d’Italia per prendere parte ad un convegno sul randagismo promosso qualche mese fa in città.

“Il Villaggio dei Randagi” di Bios non è altro che l’attuazione concreta e reale di ciò che è previsto dalla legge, che purtroppo rimane inevasa dagli “attori” principali di un sistema – amministratori locali e servizio sanitario delle Asp – che affidano ai privati la gestione dei canili. E di ciò che avviene nei canili del crotonese e del reggino, dove vengono ospitati i randagi provenienti da mezza Calabria, ne sono piene le pagine di cronaca nera: diverse interdittive antimafia, scaturite da risultanze investigative nell’ambito di inchieste giudiziarie quali “Stige”, hanno raggiunto le società che, a Rocca di Neto e a Torre Melissa, hanno avuto l’affidamento del servizio di custodia e mantenimento di migliaia di cani randagi dai comuni delle zone limitrofe. A conferma del business che vi si cela dietro: “Gli enti pubblici, in ambiti territoriali ad alta densità mafiosa, come Reggio Calabria, Crotone e in parte Vibo Valentia, destinando i capitoli di spesa per la gestione del randagismo a ditte di dubbia moralità, hanno avallato il sorgere di megacanili “lager” in cui vengono ammassati migliaia di randagi in condizioni deprecabili. In barba alla L.R. 41/90 che rendeva protagonisti della problematica i Comuni, le Asp e le associazioni di comprovata competenza ed operatività”, è il commento amaro della Stinchi.

E proprio nei canili assurti agli onori della cronaca, e precisamente a Torre Melissa, Rocca di Neto e Gioia Tauro, vengono periodicamente inviati – dietro pagamento di una diaria giornaliera che varia dall’1,30 ai 3 euro a cane –  i randagi della provincia catanzarese che non possono essere accolti nel canile municipale di San Floro. In questi spazi limitati, dove “sopravvivono” in migliaia senza la possibilità di “sgambare”, le condizioni igienico-sanitarie sono al limite della legalità, grazie alle autorizzazioni dei veterinari dei servizi sanitari ed all’acquiescenza dei Comuni che favoriscono l’insorgere di vere e proprie “bombe ecologiche” (come le definisce la Stinchi) in una regione a forte vocazione agricola e turistica. A questo, poi, si aggiunge l’aberrante pratica del trasporto di randagi verso i canili del nord Italia o addirittura d’Europa (anche in Paesi dove la legge ammette la soppressione dei cani ed il loro utilizzo in attività di ricerca e sperimentazione), che diverse associazioni e privati, col beneplacito dei veterinari pubblici, stanno favorendo perché spinte dall’emotività e dalla convinzione di risolvere in tal modo il problema. “Con l’illusione di dar loro una famiglia o condizioni di vita migliori in un fantomatico canile del nord, queste persone promuovono le adozioni dei randagi su facebook e poi ne predispongono la partenza attraverso delle collette – continua Aldina Stinchi-  Il cane si ritrova, quindi, a macinare chilometri all’interno di un vagone per essere ospitato, poi, in una famiglia senza che ne sia stato verificato l’indice di “adottabilità” prima della partenza. Spesso succede che il cane non sia adatto a stare in famiglia, con la conseguenza di avergli procurato ancora più danno mandandolo a chilometri di distanza dal suo territorio di provenienza”.

Il randagismo non si risolve di certo con “i viaggi della speranza”, afferma ancora la Stinchi. L’unico strumento davvero risolutivo è la sterilizzazione: “Oltre a rappresentare l’unica metodologia volta a contrastare il randagismo, la sterilizzazione darebbe oltretutto tanto lavoro ai veterinari – conclude la volontaria di Bios – E poi si potrebbe pensare anche al “cane di quartiere” di cui tutti si prendono cura, e che, sterilizzato e vaccinato, viene lasciato libero di andare a zonzo e di farsi amare dagli abitanti del quartiere”.

Francesca Console, presidente di “Anima Randagia”, è invece di opinione diversa riguardo alle adozioni, purché vengano regolamentate con serietà dalle associazioni: “Dopo aver “raccattato” cani per anni, non posso che essere favorevole alle adozioni, che debbono però essere vigilate dalle associazioni – chiarisce la Console – A tal fine ho predisposto un modulo di adozione con cui l’adottante si impegna a riportare il cane in associazione qualora decida di non tenerlo. Se l’adozione avviene in zona, mi impegno con i miei volontari a vigilare sul benessere dell’animale; qualora, invece, avvenga in altre parti d’Italia, ci affidiamo alle associazioni animaliste del luogo”. Dal 2011 ad oggi, “Anima randagia” ha favorito 254 adozioni: le coscienze sono un po’ cambiate, le segnalazioni di “casi limite” alle associazioni sono aumentate a dismisura, ma ognuno è tenuto ad esercitare il ruolo che gli compete nella gestione del randagismo. Se si trova un cane abbandonato o ferito è il comando dei vigili urbani o le forze dell’ordine che bisogna allertare: “Chi, poi, dovrebbe esercitare attività di controllo e di tutela del benessere degli animali, autorizzando l’apertura dei canili, è l’Asp – continua la Console – Ma l’immagine che ci viene riportata di diversi canili calabresi, in cui i cani si ritrovano a centinaia in mezzo al cemento senza possibilità di sgambare (il fatto che appaiano “in carne” la dice lunga a riguardo), è davvero penosa. Se ognuno facesse la propria parte nel funzionamento dell’intera “macchina”, il randagismo potrebbe essere un fenomeno contenuto. E le sterilizzazioni, che dovrebbero essere a carico dell’Asp, e che in realtà vengono eseguite privatamente perché nessuna sede dell’Asp è dotata di un ambulatorio a tal fine predisposto, potrebbero essere davvero lo strumento più efficace per debellarlo”. La “battaglia” condotta a colpi di denunce dall’associazione nei riguardi della “Catanzaro Servizi”, che gestisce il canile municipale di San Floro, nasceva da una condizione al limite della legalità: a detta della Console, infatti, i cani non venivano schedati e vaccinati e venivano seppelliti in una fossa comune nei pressi dell’acquedotto. Ora, dopo un sequestro durato due anni, gli interventi dovuti sono stati eseguiti, ed i cani vengono sterilizzati sul posto. “Purtroppo siamo ancora lontani dall’idea di “oasi” che vede la compartecipazione di tutti i soggetti coinvolti, come si sta cercando di fare nella vicina Puglia – conclude – Il randagismo, ormai, è diventato un business per molti, anche per quei “volontari sciolti” che raccolgono soldi senza far parte di un’associazione. Ed il volontariato organizzato non ha la forza, né la competenza, di tirare avanti da solo”.

Il canile municipale di San Floro oggi

La strada che porta al canile municipale scoraggerebbe chiunque. La sensazione che si prova quando la si percorre è che sia interminabile, inaccessibile a tratti, quasi a voler confinare il più lontano possibile dal centro abitato i cani vaganti del comune di Catanzaro e di San Floro. Anche i più motivati ad avere un cane sarebbero messi a dura prova nel percorrerla tutta, specie nelle giornate più cupe. Alla fine i loro latrati accompagnano oltre il cancello, in una verde boscaglia, dove allo stato attuale trovano ospitalità, tra il canile sanitario e l’oasi canina, circa 175 cani.

Ad accoglierci abbiamo trovato i cinque dipendenti della società “Catanzaro Servizi” che gestisce il canile ed il loro presidente, Vitaliano Marino. Dell’Asp nemmeno l’ombra. Anzi, a dirla tutta, l’autorizzazione a loro richiesta da tempo non è mai pervenuta. E’ stato l’assessore comunale Cavallaro ad assumersi la responsabilità di farci entrare, dopo aver avvisato la Catanzaro Servizi. Ma il diniego a scattare foto è rimasto (le foto pubblicate ci sono state gentilmente inviate dalla direttrice sanitaria dell’oasi Raffaella Cilurzo), a conferma dell’aria tutt’altro che tranquilla e di cambiamento che si respira tra i corridoi delle dirigenze dell’Asp. Viene spontaneo chiedersi da dove nascono tutte queste difficoltà nell’autorizzare un reportage in un canile municipale. Eppure non avremmo che potuto fotografare lo stato di avanzamento dei lavori dell’area post-operatoria di competenza dell’Asp (nel decreto del commissario ad acta della Regione Calabria è previsto un finanziamento di 160mila euro per il canile sanitario) necessario all’accreditamento della struttura. Ci saremmo soffermati sulla costruzione degli otto nuovi box che ospitano i cani che, nei primi sessanta giorni dal loro arrivo in canile, vengono curati, sterilizzati e dotati di microchip. Avremmo ripreso lo spazio ricavato per la tettoia e l’area ombreggiatura nel rispetto di quanto disposto dalla normativa, e il congelatore dove, per legge, vengono adagiate le carcasse degli animali, in attesa che vengano portate in un impianto per lo smaltimento da una ditta di Marcellinara.

Mentre ci rechiamo all’oasi canina, di competenza della Catanzaro Servizi, scortati dagli operai, dalla direttrice sanitaria Cilurzo e dal presidente Marino, notiamo dei piccoli box isolati rispetto agli altri, in cui trovano posto cani sequestrati ai malavitosi, condannati a un “41 bis” senza colpa che li porta ad essere “non adottabili”, e quindi a seguire lo stesso destino dei loro padroni. E poi ci sono i cani dell’oasi, quelli che aspettano solo una famiglia in cui farsi amare e coccolare: i cani sono tanti e di diversa taglia, e ci accolgono con i loro guaiti ed i loro occhioni pronti a conquistare. “Il canile di oggi non è come quello di anni fa – afferma Marino – Abbiamo provveduto al censimento dei cani e reso più accoglienti i loro spazi, abbiamo previsto dei recinti un po’ più grandi per dare loro modo di sgambare, sostituito le cucce, cambiato le tubazioni. Abbiamo anche acquistato delle fosse biologiche ai fanghi in sostituzione delle fognature, ma, in attesa di farle funzionare, la pulizia degli scarichi è ancora demandata all’autospurgo”. Gli facciamo però notare che gli spazi per “sgambare” sono esigui, e che i cani meriterebbero una dieta un po’ più varia rispetto ai soliti croccantini. Marino ci risponde che tutte le osservazioni valgono in un’ottica di miglioramento, e che le difficoltà a farlo andare avanti sono tante (circa quattrocento sono i cani accalappiati in anno, e cinque le figure assunte per occuparsene ogni giorno) per mantenerli in buona salute e assicurare loro una vita dignitosa. Certo, è sempre una vita in gabbia, ed i fortunati che vengono adottati (sono stati in venti negli ultimi sei mesi) sono sempre pochi: “Non tutti i cani che giungono al canile possono essere subito adottati – chiarisce la direttrice sanitaria – Alcuni sono diffidenti di natura, altri hanno subìto dei traumi enormi. Il mio compito qui è di studiarne la personalità, e di introdurli nei vari box in base al carattere ed alla possibilità di andare d’accordo”.

La descrizione della personalità di ciascun cane ricoverato nel canile, in aggiunta alla fotografia, dovrebbe, inoltre, comparire sul sito municipale appositamente creato, ma per nulla aggiornato. Una mancanza alla quale “Catanzaro Servizi” promette di rimediare al più presto, raccogliendo anche il suggerimento (da parte nostra) di prevedere delle giornate di sensibilizzazione all’interno delle scuole, tra gli studenti di solito più sensibili alle problematiche animaliste.

Avremmo voluto che anche l’assessore comunale all’Ambiente, Domenico Cavallaro, si confrontasse con noi in merito alle opportunità di miglioramento del servizio del canile non più procrastinabili, anche alla luce della bozza di regolamento (fatta pervenire al Consiglio comunale per la discussione) in cui si fa menzione dei provvedimenti che si intende attuare in materia. Ma il confronto, dopo tanti rinvii, non c’è stato. I cani possono aspettare.

 

                                                                                                       Benedetta Garofalo

                                                                                        Ufficio stampa CSV Catanzaro

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