Il divario digitale è un aspetto della povertà educativa

Nel lockdown si è misurata tutta la distanza tra chi aveva a disposizione gli strumenti per comunicare, lavorare, studiare e chi no. È diventato evidente che il divario digitale è una dimensione della povertà educativa e quanto di conseguenza lo sviluppo di un’agenda digitale abbia a che fare con il tema della ricomposizione delle disuguaglianze e con la lotta alla povertà educativa. Il report promosso da Con i Bambini e Openpolis, presentato oggi, fotografa un’Italia molto lontana dalla strategia europea della gigabit society, anzi: un’Italia agli ultimi posti delle classifiche europee e con profondi divari interni.

Quello del report è un quadro dei divari precedenti l’arrivo della crisi, con l’impegno dell’Osservatorio a tenere alta l’attenzione anche dopo l’emergenza e a tracciare gli impatti delle misure adottate. Il tema è più ampio dei soli divari tecnologici e della disponibilità o meno di device, importanti ma risolvibili attraverso interventi economici mirati ed efficaci. Si tratta invece, alla radice, di disuguaglianze educative e sociali che spesso preesistono e aggravano il digital divide, di giovani con competenze digitali inadeguate, di famiglie che prima della crisi non hanno internet a casa per motivi economici.

Cominciamo dall’indice Desi, un indicatore composito (digital economy and society index) che ha proprio l’obiettivo di sintetizzare i progressi di un paese rispetto alla digitalizzazione della economia e della società: l’Italia è 25esima su 28, e mostra i maggiori ritardi proprio negli aspetti centrali per una società che voglia includere giovani e famiglie. Il 64% dei giovani italiani ha competenze digitali di base o superiori, contro una media Ue superiore all’80% e il 2% delle famiglie in Italia (il doppio rispetto alla media Ue) non ha accesso a internet da casa e indica come causa il costo. La regione con meno famiglie che hanno accesso a internet è la Calabria, con il 67,3%. Ampia la differenza anche tra grandi centri urbani e piccoli comuni: l’80,4% delle famiglie ha internet a casa nelle aree metropolitane, mentre nei piccoli comuni (meno di 2000 abitanti) sono solo il 69,6%.

Per Marco Rossi-Doria, vice-presidente di Con i Bambini, «siamo davanti a un significativo fattore discriminante per la crescita di bambine, bambini e adolescenti. Non è sufficiente fornire temporaneamente un dispositivo della scuola, lo Stato dovrebbe garantire alle famiglie in povertà la possibilità di accesso a internet veloce e almeno un computer dedicato ai ragazzi». Il divario digitale si va infatti a sommare ai fattori di disuguaglianza già esistenti: dalla condizione sociale al luogo di residenza. Basti pensare al gap in termini di velocità della rete vissuto dai ragazzi che abitano nelle aree interne (in Umbria, ad esempio, il 7 per cento delle famiglie senza internet imputa il motivo all’assenza di banda larga). Oppure alla disparità subita dalle famiglie che non possono garantire ai propri figli computer adeguati e connessioni veloci. (il 5,3 per cento delle famiglie con un figlio non può permettersi l’acquisto di un pc).

«Il rapporto dimostra che le diseguaglianze digitali incidono notevolmente sulla povertà educativa minorile», continua Marco Rossi-Doria. «Se una famiglia del ceto medio con pochi figli possiede più dispositivi in casa e una famiglia svantaggiata, numerosa e con più figli non ha accesso alla rete internet fissa e non possiede nessun pc o ne ha solo uno per tutti, è chiaro che siamo davanti a un significativo fattore discriminante per la crescita. In questi casi, purtroppo numerosi, nonostante il grande sforzo di accompagnamento fatto dal Terzo settore, manca proprio un supporto educativo che deve essere tutelato in primis dal diritto allo studio. Fornire temporaneamente e in comodato d’uso un dispositivo della scuola, che aumenta anche il divario auto percepito e il senso di precarietà, non è sufficiente. Lo Stato dovrebbe garantire alle famiglie in povertà relativa grave o in povertà assoluta la possibilità di accesso a internet veloce e almeno un computer dedicato ai ragazzi».

A fronte di una media nazionale del 76,1% di famiglie connesse, restano indietro soprattutto le regioni meridionali. La Calabria con il 67,3% (quasi 9 punti al di sotto della media nazionale) ha una differenza di 13,8 punti percentuali di ritardo rispetto alla regione più connessa, il Trentino Alto Adige, 81,1%. Con l’eccezione della Sardegna, nessuna regione del Sud ha una quota di famiglie con accesso a internet superiore al dato nazionale. Oltre 1 milione di minori vive nei 4 mila comuni dove nessuna famiglia è raggiunta dalla rete fissa a 30Mbps e nella classifica delle province con più minori in comuni non raggiunti dalla rete fissa di banda larga veloce, ai primi tre posti troviamo tre territori meridionali (Nuoro, Isernia, Oristano). Le aree metropolitane registrano la quota più alta di famiglie che dispongono di una connessione domestica (80,4%) e nonostante una crescita significativa (+23,8 punti) i piccoli comuni con meno di 2.000 abitanti restano quelli con meno famiglie connesse. Tra le cause, il costo e la copertura della rete dove si abita.

E le scuole? Il presupposto affinché il potenziamento della connettività delle scuole sia efficace, è ovviamente la presenza di una strumentazione tecnologica adeguata per la didattica (lavagne multimediali, tablet, pc). Che però da sole non bastano. Un’indagine ufficiale relativa all’anno scolastico 2014/15 offre alcune indicazioni: le regioni con più tecnologie per alunno sono risultate essere, oltre alla Lombardia, la Calabria (prima per numero di dispositivi, uno ogni 5,3 alunni), la Sicilia e la Puglia, grazie ai contributi europei 2007-13. Nell’anno scolastico 2018/2019 nelle scuole italiane, ogni 100 alunni, erano presenti in media 5,7 pc/tablet e 1,8 lim (o proiettori interattivi/smart tv). Nell’Italia settentrionale spicca Sondrio (10,9 pc o tablet ogni 100 alunni) mentre la città metropolitana di Roma ha 3,6 pc e tablet per 100 alunni. Un divario educativo interno e con gli altri paesi Ue che non potrà essere compensato solo con più computer e tablet: senza questa consapevolezza, nessun provvedimento sarà sufficiente – da solo – a recuperare i ritardi. Perché non stiamo parlando solo di divari tecnologici, ma di disuguaglianze sociali radicate, profonde, per cui serve una strategia di lungo periodo, sinergica con quella per il contrasto della povertà educativa.

Fonte: Vita.it

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