I femminicidi sono in aumento perché spesso non si sa “scorgere” la violenza

In quest’intervista rilasciata al CSV Calabria Centro, l’avvocato Stefania Figliuzzi, presidente del Centro Antiviolenza “Attivamente Coinvolte”, da poco nominata Consigliera Nazionale di D.i.Re (Donne in Rete contro la Violenza, organizzazione che raccoglie ben 109 Centri antiviolenza e 157 Case rifugio a livello nazionale) in rappresentanza della Regione Calabria, ci illustra le enormi difficoltà in cui si ritrova ad operare chi accorre in aiuto delle vittime di violenza di genere. E non è solo una questione di leggi, ma di scarsa conoscenza del fenomeno che spesso si rinviene neanche nei Tribunali.


1) Gli anni della pandemia saranno ricordati anche per l’aumento impressionante dei casi di violenza sulle donne. Secondo i dati Istat nel 2020 le donne uccise in Italia sono state 116, nella stragrande maggioranza dei casi per mano del proprio convivente. Neppure la legge sul Codice Rosso del 2019, che ha inasprito le condanne per il reato di violenza, sembra aver dato un freno a questo vergognoso fenomeno: quali potrebbero essere i margini di miglioramento, specie in riferimento a chi, dopo aver scontato gli anni di carcere per tentato omicidio, si ritrova a consumarlo dopo essere stato scarcerato?

La realtà dei femminicidi non è più accettabile, il suo numero in Italia è in aumento. È infatti indispensabile che le istituzioni tutte si facciano carico della “strage” cui stiamo assistendo, con “urgenza e concretezza”.

Il “CODICE ROSSO” prima, e ora il DDL “Disposizioni per la prevenzione e il contrasto del fenomeno della violenza nei confronti delle donne e della violenza domestica”, sono norme che dovrebbero tutelare le donne e i minori se fossero applicate in modo corretto. I femminicidi  sono in aumento perché non si scorge bene la violenza. Quello che “manca” ancora è un’approfondita conoscenza del fenomeno e del suo contrasto in modo corretto. Spesso assistiamo a molti o troppi  che parlano della tematica disconoscendo le nozioni di base.

In particolare  spesso si assiste alla non corretta presa in carico delle vittime proprio perché non si presta attenzione  alla principale differenza, che esiste e che deve essere necessariamente valutata, tra “violenza” e “conflitto familiare”. Troppo spesso  i casi di violenza  vengono interpretati e sminuiti come un’ ipotesi di  “ alta conflittualità” relazionale.

Dalla magistratura alle forze dell’ordine, dalle avvocate alle assistenti sociali,  siamo tutte e tutti coinvolti per tutelare le donne  vittime di violenza. Noi siamo in prima linea, ma i centri antiviolenza da soli non bastano: l’unica possibilità è “un impegno concreto perché si mettano in campo nell’immediato misure per affermare il rispetto dei generi e prevenire la violenza alle donne, partendo da quanto prevede la Convenzione di Istanbul, che è legge dal 2014 ma resta sostanzialmente inapplicata. E a pagare con la vita sono ancora una volta le donne e i minori”.

Le foto sono tratte da “Unsplash.com

2) Alle donne si raccomanda di denunciare, eppure i casi di cronaca ci dicono chiaramente che la denuncia non basta a tutelarle. Come presidente di un’associazione che contrasta da anni la violenza e che forma operatrici specializzate in ambito regionale, su quali fronti bisognerebbe agire in primo luogo?

Gli ennesimi femminicidi nei primi giorni del 2022 ripropongono il solito schema: una donna subisce violenza dal partner, denuncia i maltrattamenti subiti, le forze dell’ordine intervengono addirittura sul posto e il partner ammette le violenze. Ma  poi  non succede niente.

Nonostante il “Codice Rosso” preveda che il magistrato ascolti la donna dopo tre giorni. Nonostante sia evidente – per lo meno a chi lavora nei centri antiviolenza – che la cosa da fare sia attivare immediatamente le misure di protezione per le vittime (come l’ordine di allontanamento o di non avvicinamento nei confronti dell’autore dei maltrattamenti).  Tali norme purtroppo esistono ancora solo SULLA CARTA e sono poco applicate.

Si ripete che le leggi ci sono, che si sta anche facendo uno sforzo per migliorarle, ma  il problema resta invariato perché chi le deve applicare non sempre lo fa.

È venuto il momento per tutte le istituzioni di assumersi la responsabilità per queste “morti annunciate”, per aver trattato con sufficienza le donne che hanno denunciato la violenza subìta, per non aver loro creduto, per non aver agito con la necessaria tempestività.

Già una volta l’Italia è stata condannata dalla Corte europea dei diritti umani – nel caso Talpis, per il quale è ancora aperta la procedura di sorveglianza rafforzata dell’Italia da parte del Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa – proprio per non aver agito a tutela di Elisaveta Talpis, che aveva denunciato più volte le violenze del suo partner. Ma niente era stato fatto, e lui l’ha ridotta in fin di vita e le ha ucciso il figlio, accorso in sua difesa, che lei aveva avuto dal primo matrimonio.

 

3)Quindi non serve la previsione di nuove norme più severe?

No, non crediamo servano nuove norme. Quello che serve alle donne è essere ascoltate e credute dalle forze dell’ordine, è essere tutelate nei tribunali dove, spesso, subiscono ulteriore violenza (si parla di  “VITTIMIZZAZIONE SECONDARIA”).

Tali dati sono anche il frutto di un complesso lavoro di studio e  di riflessione che è stato condotto a livello nazionale. Nello specifico è stato presentato in Senato, il 17 giugno 2021, il  “Rapporto sulla violenza di genere e domestica nella realtà giudiziaria“, approvata dalla Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio, nonché su ogni forma di violenza di genere. Tale rapporto ha  raccolto  gli esiti dell’indagine condotta dalle avvocate dei centri antiviolenza di Di.Re. nei tribunali italiani in risposta alle sollecitazioni e alle raccomandazioni che il gruppo europeo GREVIO ha rivolto all’Italia, anche in vista del pieno rispetto della Convenzione di Istanbul.

In particolare le analisi delle indagini sono state condotte presso le Procure della Repubblica, i Tribunali Ordinari, i Tribunali di Sorveglianza, il Consiglio Superiore della Magistratura, la Scuola Superiore della Magistratura, il Consiglio Nazionale Forense e gli Ordini degli Psicologi.

Molti sono i motivi di riflessione che hanno portato alla stesura del Rapporto, del quale poi  è  stato pubblicato anche un importante documento da  parte di D.i.Re, dal titolo “Il ( n o n ) riconoscimento della violenza  domestica  nei tribunali civili e per i minorenni”.

Qui testualmente si fa riferimento alla “tendenza da parte dei tribunali civili, penali e dei tribunali dei minorenni a non riconoscere la violenza domestica, con ripercussioni notevoli sulle procedure di affido dei figli e sulla dichiarazione di decadenza della responsabilità genitoriale”.
È una tendenza preoccupante che mi interroga come donna, come avvocata, oltre che come  responsabile di un centro antiviolenza. “Dall’indagine si evince che nella maggior parte dei casi i tribunali civili, penali e per i minorenni non diano il giusto peso ai contesti di violenza, nonostante le denunce, i referti, le misure cautelari emesse in sede penale, declassandola a mera situazione di conflitto”.

Un ulteriore aspetto che ritengo meriti grande attenzione e sforzo da parte di tutti è quello della prevenzione. Sotto tale profilo, ritengo necessaria una formazione adeguata e costante di tutti gli operatori e  le operatrici  che sono parte della rete di aiuto per le vittime di violenza di genere. Infatti tale strumento è fondamentale per garantire una tutela più qualificata delle vittime nell’ambito dell’intero percorso, nel quale si sviluppa la loro presa in carico da parte delle istituzioni. Con questa consapevolezza ho personalmente sensibilizzato l’intero territorio calabrese per  prevedere il  potenziamento dell’offerta formativa nel settore, favorendo l’attivazione di un confronto costante con psicologhe, servizi sociali, mediatrici culturali, avvocate, medici, educatrici  o altri esperti coinvolti nel percorso di sostegno. Infatti è solo tenendo contro dell’importanza di un approccio integrato e sinergico  e multidisciplinare da parte di tutti che si potrà migliorare la situazione.

 

4) La cultura, innanzitutto. Molte donne minimizzano la violenza subìta, e si violentano a loro volta nel fare finta di nulla per amore dei figli o perché non godono di un’autonomia tale dal punto di vista economico per andare via di casa. Come riuscire a far loro comprendere quanto sia importante farsi rispettare e avere diritto ad un’esistenza diversa?

In Italia, come altrove, la violenza contro le donne è diffusa ma in larga parte poco visibile, perché in molti casi non denunciata. Succede per diversi motivi: per la paura delle conseguenze, quella di non essere credute, la vergogna e l’imbarazzo, ma anche per la scarsa fiducia nei confronti delle forze dell’ordine e della magistratura. Ma spesso dobbiamo rilevare che le donne vittime di violenza NON SONO REALMENTE CONSAPEVOLI di subire alcune forme di maltrattamenti, violenze  o addirittura spesso minimizzano gli stessi episodi.  A parte la violenza fisica  che lascia tracce e segni evidenti sul corpo, i casi più difficili da rilevare  rientrano nella violenza psicologica (definita: sottile, invisibile, bianca) perché portano alla denigrazione dal proprio ruolo di moglie e di madre, e nella  violenza economica (il non poter gestire il budget familiare o il non avere accesso ai conti correnti e alle carte di credito).  Ma ancora poco rilevata è  la violenza sessuale (in ambito sempre familiare, dove tutto si giustifica dietro il rapporto di “coniugio”). Tutto viene quindi giustificato dalla stessa  nostra società, dominata da una sub-cultura patriarcale che da decenni esercita IL POTERE E IL CONTROLLO sulla vita delle donne, ed il cambiamento culturale  è  pertanto il passo fondamentale per una nuova visione di vita.

In questo contesto, l’operato del centro antiviolenza è fondamentale per offrire alle vittime il sostegno professionale essenziale per far conoscere i diritti e le tutele approntate nell’ordinamento, sia in sede giurisdizionale che sociale. E, soprattutto, per fornire il supporto emotivo e psicologico indispensabile a trovare la forza di  uscire dalla spirale della violenza.

Sapere di poter contare su persone che possano comprendere fino in fondo le difficoltà, le angosce, il dolore, lo smarrimento che affiorano quando si subisce una violenza, è fondamentale per ritornare a vivere.

5) Moltissime sono state le chiamate al 1522 in questi anni di pandemia. E in Calabria quante volte si è composto questo numero? Quanti casi sono pervenuti all’attenzione delle forze dell’ordine e, quindi, ai centri antiviolenza?

I numeri sono molto alti, ma  il vero dramma è il numero “ sommerso” delle vittime che non chiedono aiuto. Per capire meglio  la situazione reale della violenza dobbiamo fare riferimento ad un grande “icerberg”: la parte che è sopra la linea di galleggiamento rappresenta la violenza dichiarata ed è molto piccola,  il vero problema è rappresentato dalle situazioni che rimangono sotto il livello di galleggiamento e che non sono esternate.

6) Di quanti centri antiviolenza accreditati dispone la Calabria? E soprattutto, collaborano tra loro? Qual è la loro funzione a livello operativo? E qual è l’esigenza maggiormente avvertita dalle donne che vi trovano rifugio?

In questo momento in Calabria i centri  riconosciuti ufficialmente ed autorizzati al funzionamento dalla Regione per le donne vittime di violenza si suddividono in  12 CAV (centri anti- violenza) e 6 Case Rifugio.

Esiste, poi,  dal 2016  un Coordinamento Calabrese  denominato “C.A.D.I.C.” che raccoglie 10 organizzazioni con il fine di condividere strategie, azioni e far emergere anche le criticità del territorio.

In ultimo, ma di essenziale importanza,  è  che in Calabria  sono presenti due CAV appartenenti all’organizzazione nazionale (DONNE IN RETE CONTRO LA VIOLENZA):Attivamente Coinvolte” che ha sede a Pizzo  e Catanzaro, da me presieduto, ed il centro  “Roberta Lanzino”  con sede a Cosenza.

D.i.Re. è la Rete nazionale antiviolenza gestita da organizzazioni di donne,  è un gruppo di 84 organizzazioni sul territorio italiano, che gestiscono oltre 109 Centri antiviolenza e più di 157 Case rifugio, con 3.009 attiviste che ascoltano ogni anno circa 21mila donne.

Da poco sono stata nominata “Consigliera Nazionale”  D.i.Re. in rappresentanza della Calabria.

In particolare le azioni di D.i.Re sono orientate a rendere visibile il fenomeno della violenza maschile sulle donne, modificando nella società la percezione della sua entità e gravità per collocarlo tra crimini contro l’umanità, attraverso azioni per la visibilità della metodologia e dell’attività dei Centri antiviolenza presenti sul territorio nazionale; iniziative per diffondere la conoscenza del fenomeno della violenza; progetti di ricerca, in un’ottica di riflessione sulle esperienze e di formazione continua e diffusa per i Centri e per il territorio.

L’associazione nazionale D.i.Re, inoltre, è interlocutrice delle istituzioni nazionali e internazionali, anche per l’elaborazione o la modifica della normativa relativa ai diritti delle donne, forte del proprio patrimonio di conoscenze, di elaborazioni ed esperienze acquisite in tanti anni dai Centri antiviolenza.

Tale organizzazione è essenziale e strategica per tutte le donne calabresi perché rappresenta un “ponte” per migliorare le azioni e il sostegno delle donne  vittime attraverso le buone prassi e l’interazione continua con le istituzioni a livello nazionale ed internazionale.

7) Il riscatto parte dal lavoro. Quante donne riescono concretamente ad avere un’opportunità nella società, che non finisca con il solito percorso di  borsa lavoro della durata di pochi mesi?

La crisi che stiamo attraversando è profonda. Le donne sono colpite più degli uomini a differenza delle crisi precedenti e ciò non deve meravigliare. Un ritardo sconfortante, che pagano le donne in generale  ed in particolare le donne vittime di violenza. Se non si ha lavoro non c’è autonomia economica. Non solo cresce il rischio di povertà ma anche il rischio di subire violenza. Infatti si ha più difficoltà a trovare la forza di reagire se non si è  indipendenti dal punto di vista lavorativo.

La battaglia per il lavoro delle donne è battaglia per la libertà femminile: libere di scegliere, libere di auto-determinarsi, libere di costruire propri percorsi di vita.

Il nostro Paese non può essere definito un Paese avanzato e moderno fino a quando non risolverà questo annoso problema che si trascina da decenni.

Puntare sulla crescita dell’occupazione femminile significa investire sulle infrastrutture sociali, significa alleviare il sovraccarico di lavoro di cura sulle spalle delle donne e allo stesso tempo far crescere l’occupazione femminile. Mai come ora dobbiamo essere vigili. Il piano di ripresa e resilienza deve fare i conti anche con questo aspetto. Troppa sofferenza delle donne dietro questi numeri. O le donne sapranno farsi ascoltare, sapranno farsi carico delle difficoltà delle altre e saranno presenti nei luoghi dove si decide, oppure la disuguaglianza rischierà di crescere. E a perderci non saranno solo le donne.

8) Il nuovo anno è già iniziato con storie di infanticidi e femminicidi. Qual è l’auspicio più grande per chi si occupa a diversi livelli di salvare una donna dal suo carnefice?

La gravità del problema della violenza contro le donne è sotto gli occhi di tutti.  Non passa giorno in cui non emergano nuovi e sempre più preoccupanti casi.

Purtroppo è da evidenziare che, nonostante l’arrivo del nuovo anno,  il “PIANO STRATEGICO NAZIONALE SULLA VIOLENZA MASCHILE CONTRO LE DONNE” del  2021-2023, sia già scaduto  e non ancora  rinnovato ed attuato.

Con  i femminicidi,  ed in generale con i maltrattamenti, quello che ci  indigna è ancora una volta la colpevole inazione delle istituzioni.

L’unica strategia che può essere messa in campo dalle istituzioni  è quella di smetterla una volta per tutte di fare proclami e di elencare fantasiose misure di protezione.

E’ opportuno invece che  si facciano garanti dell’applicazione delle leggi esistenti, delle misure di protezione, che – ormai lo sappiamo bene – possono salvare la vita alle donne che denunciano.

E chiediamo che, mentre queste leggi vengono applicate, si realizzi un imponente piano di formazione per tutti coloro che si interfacciano con donne che vivono in situazioni di violenza.

Una formazione che coinvolga i centri antiviolenza che, da più di 30 anni,  affrontano la violenza maschile sulle donne e sanno come contrastarla.

La strada da percorrere è certamente lunga. Le leggi sono importanti e necessarie, ma da sole non bastano a cambiare i costumi, la cultura, lo stile delle relazioni – spesso basate sulla sopraffazione e sul dominio – in cui si radica la violenza di genere.

Per questo ritengo che l’impegno dei centri antiviolenza, dediti a sostenere ciascuna donna col proprio vissuto e attivi nel sensibilizzare operatori e opinione pubblica, sia la misura del grado di civiltà  raggiunto dalla comunità nella quale operano.

 

                                                                                     Benedetta Garofalo

                                                                   Ufficio stampa CSV Calabria Centro

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