Gli amici a quattro zampe per rafforzare la genitorialità dei detenuti

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Quello del “Rifugio Fata” è un progetto sperimentale ed innovativo a livello nazionale. Da un’idea dell’assistente sociale Francesca Sorrento – sposata dall’associazione animalista di Lamezia Terme, oltre che dall’associazione “Diamoci la zampa” di Marcellinara ed “I Dog”, e dalla Commissione alle Pari Opportunità della Provincia di Catanzaro che ha concesso il gratuito patrocinio – prenderà il via una nuova forma di sostegno alla genitorialità in carcere attraverso l’apporto riabilitativo di cani randagi.

Facendo seguito alla campagna europea “Carceri aperte”, che pone l’Italia come capofila della richiesta dell’Unione Europea di garantire, ai circa 900mila bambini europei figli di genitori detenuti, il diritto alla continuità del legame affettivo con il proprio genitore in regime di detenzione, “Rifugio Fata” si avvarrà di operatori cinofili e volontari, afferenti alle associazioni partners, per rafforzare la genitorialità all’interno della realtà carceraria attraverso la mediazione emozionale dei cani. Il cane, quindi – come è stato ben spiegato alla presentazione del progetto, nella sala giunta di Palazzo di Vetro, dalla stessa Sorrento, dall’educatrice cinofila Vincenza Costantino di “I Dog”, dalla presidente di “Rifugio Fata” e della Lega Nazionale Difesa del Cane, Rossana Longo, e dalla presidente della Commissione provinciale alle Pari Opportunità, Elena Morano Cinque (presenti anche Massimo Orlando di “Diamoci la zampa” e volontari delle associazioni coinvolte) – non viene utilizzato come strumento ma come “mediatore emozionale”, per il suo essere socievole, duttile all’educazione e fedele all’uomo in maniera incondizionata.

La sua presenza servirà a stimolare l’incontro tra sei padri “selezionati”, detenuti nel carcere di Siano, ed i loro rispettivi figli (nel numero massimo di tre, e tutti dai sei ai dieci anni), che verranno agevolati nell’abbattimento del muro che in un carcere è facile a crearsi. L’attenzione verso il cane, infatti, che verrà appositamente introdotto durante i momenti di contatto che i detenuti vivono nelle aree verdi con le famiglie, servirà a concentrarsi di meno sul luogo in cui l’incontro si consuma. E per i detenuti, che già vivono la frustrazione della mancanza di libertà, sarà più facile dimostrare cura ed attenzione al proprio figlio con un cane scodinzolante, e compiutamente addestrato dagli operatori cinofili, che è presente agli incontri.
Al termine dei sei mesi, previsti per il progetto, saranno resi noti i dati di un nuovo modello educativo che, si spera, possa essere avviato anche in altre carceri italiane.

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