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Violenza UomoBNÈ stato un attimo. Quei due ceffoni Attilio (naturalmente non si chiama così) li ha proprio dati. Di quel momento ricorda solo il viso rosso e gli occhi sgranati di lei: poi le grida, i pianti, l’uscita di corsa fuori. E infine la notte trascorsa in caserma, mentre lei stava nascosta in una casa protetta. I suoi ricordi di quella notte si interrompono. A noi che lo sollecitiamo con domande più dettagliate risponde solo di ricordare di aver bevuto, pur non essendo un bevitore abitudinario, e di essere pentito.

Ma dice anche di aver trovato giovamento da quell’episodio: “Ero un uomo triste, depresso, che sfogava con la propria compagna il senso di colpa, accumulato negli anni dopo il divorzio, nei riguardi dei figli e della famiglia d’origine – ammette Attilio –. Ho trascorso anni terribili, ho subìto l’allontanamento dai miei figli, che riuscivo a vedere solo a tratti, le accuse da parte della mia ex moglie, ed il fallimento della mia attività commerciale. Non mi accorgevo del fatto che con questo atteggiamento stavo rovinando anche la relazione con la mia attuale compagna, con cui, a volte, litigavo, ma senza mai perdere il controllo”.

Prima di quella sera, tiene a precisare, non era mai andato oltre le grida o le parolacce: e a noi che lo guardiamo con perplessità, e che non esitiamo a chiedergli a bruciapelo se non pensa davvero di ricaderci, come succede nella maggioranza dei casi, domanda a sua volta: “Non posso cancellare quello che ho fatto, ma non crede che, se sono qui a farmi intervistare da lei, è perché mi sto seriamente impegnando ad essere una persona migliore?”

Attilio è il primo caso di “uomo maltrattante” che ha usufruito del servizio di ascolto gestito a Catanzaro dal Centro Calabrese di Solidarietà: da più di un anno e mezzo si è messo a nudo davanti agli operatori, rispondendo anche alle loro domande più scomode e cercando di mettere in pratica i loro consigli per far venire fuori la sua parte migliore. E nel suo percorso di “risalita” ha accettato di rendere un’intervista all’ufficio stampa del Centro di servizi per il volontariato della provincia di Catanzaro, grazie anche alla mediazione della pedagogista Cristina Marino, responsabile del centro di ascolto.

“So bene che, la violenza di quella notte, la mia compagna non se la scorderà mai. Ma la nostra vita insieme non credo proprio si riduca a quell’unico episodio – continua Attilio –. Quando ci siamo rivisti, io e la mia compagna sapevamo che volevamo ancora stare insieme. Ricordare quella notte è servito a superare le distanze e a ritrovarsi: ed ora posso dire, dopo questo percorso, di vivere meglio. Mi mancava l’amore per me stesso, ora invece sono orgoglioso di quello che sono riuscito a fare per venirne fuori”.

Certo, se Attilio non fosse stato messo nelle condizioni di prendere atto di quanto commesso e di lavorare su di sé, probabilmente non starebbe a parlare con una giornalista di un rapporto d’amore che sembrava perduto e che ammette di volersi tenere ben stretto. Se il suo avvocato non l’avesse spinto a rivolgersi allo sportello d’ascolto, forse non ci si sarebbe mai recato di propria iniziativa. Il nocciolo della questione è proprio questo: l’obbligatorietà di un percorso di recupero per gli uomini accusati di maltrattamenti e sotto processo potrebbe davvero rappresentareun’attività di prevenzione strategica,che si concentra sui carnefici e non solo sulle vittime, o è solo una perdita di tempo? È davvero aleatorio considerare il fenomeno della violenza sulle donne dal punto di vista di chi l’ha commesso - nella speranza che questi possa ravvedersi e così riconoscere la propria incapacità a vivere relazioni adeguate - o chi è violento è destinato ad esserlo sempre, e quindi ad abitare la cella di un carcere?

Ho capito di non avere un problema con le donne, ma di contenimento della mia rabbia, delle mie frustrazioni accumulate per anni, – continua Attilio. – Avevo bisogno d’aiuto, ne ho ancora bisogno. È un percorso che consiglierei a tutti, perché a volte è più facile confessare ciò che si prova a chi non si conosce”.

Attilio è sicuro di non ricaderci, anche se, dopo un anno e mezzo di colloqui, individuali e di gruppo, ammette di non riuscire ancora a fare a meno di un professionista sensibile e preparato ad ascoltarlo, che sappia guardarlo negli occhi e che gli dica cosa fare e dove andare. Quello a cui tiene di più in questo momento è custodire la serenità ritrovata, a cinquantasei anni, dopo un prolungato stato di inquietudine, per dare il meglio alla sua fedele compagna e magari fare del bene agli altri. “Ho imparato a guardare avanti e a pensare al mio futuro in positivo –dice ancora Attilio, prima di congedarsi –. Quando cadi, devi provare subito a rialzarti. Credere in Dio mi ha aiutato a farlo, ed ora che so essere meno esigente con me stesso cerco di esserlo anche con gli altri”.

Quando in ultima battuta gli chiediamo cosa prova all’udire i terribili fatti di cronaca perpetrati a danno delle donne, abbassa gli occhi e sussurra: “Mi sento un verme. Mi giro verso la mia compagna e le faccio una carezza”.

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